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Louis Aragon

Arrivo là dove sono straniero

Niente è così precario come il vivere
Niente è come l’essere passeggero
È un po’ come per il ghiaccio fondere
E per il vento esser leggero
Arrivo e sono in terra straniera
Un giorno stai passando la frontiera
Da dove vieni e dove andare speri
Che importa domani e che importa ieri
Il cuore cambia come il cardo muta
Niente è scontato la rima è perduta
Sulla tua tempia col dito passa
Con i tuoi occhi l’infanzia sfiora
Meglio se lasci la lampada bassa
Meglio la luna più a lungo ancora
Il giorno pieno si fa vecchio ora
D’autunno gli alberi sono stupendi
Ma il fanciullo com’è diventato
Ti stai osservando e ti sorprendi
Di questo viaggiatore ignoto
Del suo viso e del suo piede nudo
Poco a poco tu diventi silente
E tuttavia non abbastanza rapido
Per non sentire che sei differente
E sul te stesso dei giorni andati
Sentir la polvere del tempo caduta
È lungo invecchiare a conti fatti
La sabbia che ci sfugge fra le dita
È come un’acqua gelida montante
È come una vergogna ingigantita
La pelle che si sta conciando urlante
È lungo essere un uomo una cosa
È lungo rinunciare a tutto quanto
E le trasformazioni non le senti
Che dentro a noi si creano intanto
I ginocchi che si piegano lenti
O mare amaro o profondo mare
Qual è l’ora dei tuoi flussi e riflussi
Quanti anni-secondi devono bastare
Agli uomini per abiurare se stessi
Perché perché tutte queste smorfie
Niente è così precario come il vivere
Niente è come l’essere passeggero
È un po’ come per il ghiaccio fondere
E per il vento essere leggero

Arrivo là dove sono straniero

Traduzione di Nino Muzzi



Poesia n. 345 Febbraio 2019
Louis Aragon. L'amore come assoluto
a cura di Nino Muzzi

 

 


 

 










   
   
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